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January 20 Perlomeno ci fanno ridereMetti in piazza Montecitorio uno striscione con la scritta: «Governo Prodi vergogna». Mettici dietro non gli scandalosi contestatori della Cattolica o del Motor show o dell’università di Torino, ma addirittura dei parlamentari di Rifondazione e del Pdci, come Russo Spena, Rizzo ed altri. La fotografia è straordinaria e nello stesso tempo grottesca: la maggioranza che manifesta contro se stessa. Non è la «sinistra di piazza» contro la «sinistra di governo». Sono fisicamente le stesse persone che hanno votato la fiducia all’esecutivo e che ora gli si ribellano. Appare un’inedita, o quasi, forma della politica, ad essere più precisi dell’anti-politica, in cui le rappresentanze smentiscono se stesse. Quasi inedita perché, ad andare indietro nel tempo, un precedente c’è stato. Fu quando, alla vigilia della Pasqua del 1997, una nave della marina militare colò a picco un barcone di clandestini albanesi. E una parte della maggioranza di allora manifestò, anche se in modo raccolto e drammatico (c’erano state oltre cento vittime), contro il suo governo. Si trattava, più o meno, della stessa maggioranza che c’è oggi e dello stesso presidente del Consiglio. La differenza fra i due episodi - in un caso un tragico incidente, nell’altro una scelta che riguarda le alleanze internazionali dell’Italia - non attenua la serietà del problema. Semmai l’aggrava, perché conferma che il «metodo Prodi» può garantire formalmente la governabilità, ma la proietta in una dimensione che, sul piano politico, è schizofrenica quando non è ridicola. Non c’era stata la «pace di Caserta»? Il sit-in di ieri davanti alla Camera non ha radunato, come si può sommariamente pensare, una frangia estremista. Agli organizzatori va riconosciuto il merito di aver dato un’espressione compiuta alle culture che sono state promosse in questi anni nella sinistra. Le stesse culture che il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha evocato l’altro giorno con una dichiarazione un po’ imprudente, perché è suonata come un’autorizzazione istituzionale alla protesta. Forse Bertinotti non pensava di alimentare un sit-in davanti a casa. Ma è successo, proprio perché quelle culture oggi sono straripanti nel vuoto lasciato dalla ritirata del moderatismo, del riformismo e del senso di responsabilità. È successo anche perché lo stesso Prodi, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ha sempre dimostrato di appoggiarsi alle forze più estremiste, se non altro per non restare prigioniero di Quercia e Margherita. E per condurre lui la danza. Fino al momento in cui è stato costretto - proprio costretto - a confermare la scelta compiuta dal governo Berlusconi su Vicenza e si è trovato a leggere lo striscione con la scritta «vergogna» associata al suo nome. Sono i suoi elettori, sono i suoi alleati, sono anche coloro che gli hanno votato la fiducia. E che, una volta risaliti dalla piazza nelle sedi istituzionali, puntando su una rivincita, non hanno aspettato un solo momento a ricordare che alle porte c’è la votazione per il rifinanziamento della missione in Afghanistan. Siamo ben oltre l’immagine politologica delle due anime della sinistra. C’è una maggioranza che sta rivelando in questi mesi di avere un carattere ingestibile, se non nella chiave usata da Prodi, che ha dato via libera agli estremismi. Fino a ieri il problema sembrava essere in primo luogo il presidente del Consiglio. Ora è chiaro che il problema è l'Unione nel suo insieme, un’assemblea sessantottina al potere. January 17 Prodi bocciato ad honoremAnno nuovo, laurea nuova per il Professore. il titolo ad honorem in Scienze politiche gli verrà conferito dall'Università cattolica di Milano giovedì prossimo, per "l'importante contributo dato da Romano Prodi alla costruzione dell'Ue come presidente della Commissione". Contributo che altri però valutano diversamente. Il Financial Times: "Un dilettante catapultato su una poltrona troppo importante per lui". Le Monde: "Una commissione in pieno caos". Il tedesco Die Welt: "Impacciato, dal linguaggio piatto".
Una bella bocciatura ad honorem! January 08 Sul carretto dei radicaliL’abilità dei radicali sta nel mischiare passione civile e un pizzico di realpolitik. Da una parte quindi i consueti scioperi della fame e della sete (chiedete a Marco Pannella di fare semmai lo sciopero delle sigarette, se è capace) e dall'altra un occhio di riguardo per il compagno di governo Romano Prodi, cui i radicali stanno perdonando tutta l'ignavia dimostrata nei mesi scorsi proprio in tema di diritti civili. Prodi è quello che vorrebbe sospendere l'embargo delle armi alla Cina, è quello che il 12 ottobre scorso non ha neppure voluto incontrare il Dalai Lama, è quello che non si è opposto alla candidatura del venezuelano Hugo Chavez al Consiglio di Sicurezza. E adesso la moratoria sulla pena di morte sembra quasi che l'abbia inventata lui: e però leggetevi i titoli di un paio di comunicati firmati nei mesi scorsi dal radicale Matteo Mecacci, membro della Rosa nel pugno. 19 ottobre: «Pena di morte, le dichiarazioni del sottosegretario Vernetti confermano la mancanza di un vero impegno del governo sulla moratoria delle esecuzioni capitali». 28 dicembre: «Grave che Prodi non abbia ancora pensato a iniziative internazionali, la campagna “Nessuno tocchi Saddam” è in corso da mesi e ha già ricevuto prestigiose adesioni internazionali». Se Prodi vuole dissentire dagli scioperi di Marco Pannella, dunque, può anche farlo. Basta che non chieda, salito sul carretto radicale per due o tre metri, perché Pannella li faccia. January 04 Pannella usa Saddam per tenere in vita i RadicaliLa simpatia e la riconoscenza dovute a Marco Pannella per tante battaglie civili condotte controcorrente nella sua ormai lunga attività politica, spesso anche a costo di quelle che Vittorio Sgarbi con troppa durezza ha definito «insopportabili sceneggiate», non possono rimuovere domande e sospetti sulle sue ultime iniziative. Mi riferisco alla campagna per la fine delle sofferenze del povero Pier Giorgio Welby, rimasto per troppo tempo prigioniero del suo corpo irrimediabilmente paralizzato, e allo sciopero della fame e della sete (per ora sospeso) per salvare la vita a Saddam Hussein, proseguito anche dopo l’impiccagione del sanguinario dittatore iracheno per ottenere la mobilitazione del governo italiano all’Onu contro la pena di morte. Che è sempre iniqua, anche quando viene comminata ad assassini incalliti e pericolosi come certamente fu Saddam. Pannella sa benissimo che il rifiuto della pena di morte è già radicato e diffuso tra le forze politiche italiane. La Lega è l’unica, tra i partiti che contino, a indulgere ancora al cappio, sventolato nell’aula di Montecitorio negli anni orribili di Tangentopoli persino contro gli imputati più o meno eccellenti di «Mani pulite», peraltro destinati in gran parte ad uscire assolti dai processi con sentenze disinvoltamente ignorate o distorte dai gazzettieri del giustizialismo. Egli sa altrettanto bene che il governo italiano, affrettatosi ad accontentarlo, non potrà incidere più di tanto sull’Onu, affollata di Stati piccoli e grandi, come Stati Uniti e Cina, contrari all’abolizione o alla moratoria della pena di morte. Pannella, certo, può ben obiettare che le cause alle quali si crede fermamente vanno combattute a prescindere dalla possibilità di vincerle. Ma non può per questo dissipare il dubbio ch’egli abbia astutamente colto al volo le occasioni offertegli dai casi pur tanto diversi di Welby e di Saddam, accomunati suggestivamente nel loro «sovraccarico di simboli» anche da Adriano Sofri, per distrarsi e distrarre il suo pubblico dalle difficoltà politiche in cui i radicali si sono cacciati con l’improvvida e decisiva adesione alla cosiddetta Unione di Romano Prodi. Che senza Pannella non avrebbe racimolato i ventiquattromila voti e rotti con i quali nelle elezioni di aprile si aggiudicò un sostanzioso premio di maggioranza alla Camera e quindi il governo, pur disponendo fra i senatori solo di un margine da cardiopalma. Se il bilancio del secondo governo Prodi è negativo, come è provato dalla impopolarità assegnatagli da tutti i sondaggi, lo è ancora di più quello della partecipazione dei radicali, portati da Pannella nella coalizione per garantirne e sostenerne l’aspetto riformatore: esattamente quello che è mancato con la grandinata fiscale della legge finanziaria. La fase 2, quella delle riforme reclamata per quest’anno da Piero Fassino e Francesco Rutelli, è già svanita con il prezzo pagato dal presidente del Consiglio alla sinistra massimalista contestando l’urgenza di un intervento sui conti pensionistici. Il «seminario» ministeriale annunciato per l’11 gennaio nella reggia di Caserta non cambierà certamente le cose. Del resto, lo stesso Pannella è tornato qualche giorno fa dai microfoni di Radio Radicale ad usare la felice formula dei «quasi buoni a niente» da lui coniata in ottobre per rappresentare il governo di Prodi. Ma quel «quasi» ormai gli calza addosso come un flaccido perizoma. Il buon Marco farebbe bene a rinunciarvi ammettendo di avere sbagliato quella che di cuore gli auguro sia stata solo la sua penultima scommessa politica. |
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