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    October 29

    Taac!

    Ciao Dogui!!!
        

    Voto di sfiducia per le star in toga

    di Filippo Facci - Il Giornale 29/10/2007

    Come metafora varrà poco, ma l’atteggiamento degli italiani di fronte alla giustizia sembra quello dei medesimi di fronte al campionato di calcio: scetticismo, sfiducia, stanchezza, sensazione che tutto possa accadere, che gli arbitri influenzino troppo il risultato, che ogni opinione sia ridotta al rango di tifo e di bandiere. Troppe urla in campo e in televisione, troppe star sotto i riflettori, troppi mediani che invece si sbattono e stanno zitti, troppi giornalisti-tifosi che raccontano le partite a modo loro: così, perlomeno, appare la giustizia dei lustrini e dei rotocalchi.
    La giustizia, ossia, di un magistrato di Potenza che si concede alla ribalta anche se le sue inchieste non reggono al vaglio dei fatti; la giustizia di un magistrato di Catanzaro che ufficialmente rifugge le folle ma poi concede cinquecento interviste per lamentare che i poteri forti ce l’hanno con lui; la giustizia della magistrata di Milano che lamenta di continuo minacce e intimidazioni sicché nessuno le chiede conto delle sentenze sul terrorismo, sue, bocciate giusto il giorno prima. Un frastuono generale dove rischia di passare inosservata, persino, la notizia che Silvio Berlusconi è stato definitivamente assolto dall’accusa d’aver corrotto i giudici romani per sfilare la Sme a Carlo De Benedetti: una faccenduola che ci ha mediaticamente inchiodato per dodici anni.
    L'elenco potrebbe anche continuare, ma così non la diremmo tutta: i dati, infatti, sono troppo clamorosi. Il 55,8 per cento degli italiani ritiene che la magistratura agisca con fini politici, il 66,4 che non sia imparziale, il 46,3 che i giudici non meritino alcuna fiducia, ebbene: solo la classe politica e giornalistica del nostro Paese potrebbero pensare che una sfiducia del genere dipenda da ciò che gli italiani leggono sui giornali, e non da ciò che vivono invece sulla propria pelle: la giustizia ossia delle gente comune, quella delle cause che durano quindici anni, dei reati regolarmente prescritti, la giustizia di chi viola la legge confidando appunto sulla lentezza dei tribunali: la giustizia, soprattutto, dei tantissimi e normalissimi italiani che la sera hanno fretta di tornare a casa perché potrebbero incrociare uno dei migliaia di condannati che senza indulto sarebbero ancora tra le sbarre. E non per caso. L’indulto è stato motivato da nobili ragioni, le carceri scoppiavano, vero: ma stanno costruendo nuove carceri? Perché non un soldo delle finanziarie va mai all’edilizia carceraria? E delle carceri inutilizzate chi risponde? Tutte domande non estranee, forse, ai tristi esiti del nostro sondaggio. La giustizia politica, al dunque, è solo un aspetto del problema: le starlette in toga, i Woodcock e i De Magistris e le Forleo, per gli italiani non sono che attori di un mondo irreale, non certo i protagonisti di un mondo reale che possa davvero riguardarli: e che si chiama giustizia italiana.

    October 26

    La Turchia vuole risolvere il problema turco, ma non sa come

    di Gabriele Cazzulini - 25 ottobre 2007

    I cannoni dell'esercito più forte della NATO dopo quello a stelle e strisce si accingono a sputare fuoco contro le postazioni degli spregiudicati ribelli curdi. Ma altre bocche da cannone stanno per sparare - e non sono manovrate da uomini in uniforme. Anche se la guerra ha raggiunto un livello tecnologico così elevato da diventare questione per ingegneri piuttosto che militari, la politica non chiude bottega. Shoccati dal sangue degli attentati al confine iracheno, i turchi hanno approvato il referendum popolare che introduce l'elezione diretta del presidente della Repubblica. E' una vigorosa sterzata verso la trasformazione del regime parlamentare in senso presidenziale. Ma è solo il primo tempo. Una volta approvata l'elezione diretta, il passo seguente sarà dotare il presidente dei poteri esecutivi di cui è attualmente sprovvisto. Scompare il ruolo di mediatore super-partes del capo dello Stato per consentire l'ingresso ad un presidente molto più attivo perché rappresenta la maggioranza. Nelle vene dello Stato viene iniettata una fortissima dose di attivismo istituzionale, che consentirà all'attuale presidente di intervenire come giocatore decisivo nella partita politica. Nel momento in cui l'esercito si prepara all'inconsueto scenario di una guerra di aggressione fuori dai suoi confini, anche il potere interno sposta il suo baricentro. In entrambi i casi si è attivato un processo di radicale cambiamento dell'identità turca. Il fascino di una guerra è un acido che scioglie equilibri scolpiti nella pietra.

    Come ha spostato il suo baricentro interno, così la Turchia sposta il suo baricentro geopolitico dall'Europa al Medioriente. Bye-bye Bruxelles. Adesso il confronto con Teheran diventa più interessante dopo che la Turchia volta le spalle all'Occidente. Turchia più Iran uguale una formidabile centrale energetica che controlla sia le fonti energetiche che le principali arterie per distribuirle. Brividi freddi per le quotazioni sui mercati globali. Il petrolio è un'ottima credenziale per intessere la diplomazia degna di una potenza egemonica, anche se condivisa. D'altronde la Russia di Putin è un caso magistrale - anche dal punto di vista delle fragilità. Un'intesa stipulata sull'interesse economico a breve periodo, per giunta convertito in arma di ricatto verso i propri clienti, non è destinata ad essere molto cordiale. Se la Turchia sposta la logica delle sue alleanze dal lungo al breve periodo, rischia di ritrovarsi con molti amici oggi e nessuno domani.

    La scacchiera resta bloccata. La Turchia è pronta a sferrare la sua incursione sapendo di non poterlo fare, perché le sue armi potrebbero trovarsi di fronte le armi del suo alleato americano. Perciò i curdi attaccano la Turchia sfruttando questa temporanea immunità garantita loro dagli Usa in Iraq. Così lo scacco continua. I curdi possono resistere mentre la Turchia non può più resistere alla sua pressione interna per reagire. L'aria è così densa di tensione che basta una scintilla per far deflagrare il Medioriente. La trattativa diplomatica si svaluta proprio perché diventa la scelta obbligata di fronte ai foschi scenari di un vorticoso conflitto che potrebbe risucchiare Turchia, Iraq, curdi iracheni e curdi iraniani, e poi gli Usa. Troppi punti interrogativi a cui segue un tremendo vuoto.

    Siccome i curdi non possono essere trattati come lo furono gli armeni, la questione curda non è risolvibile con le armi. La guerriglia curda potrà essere battuta o sconfitta. Ma quel venti per cento di popolazione curda, in caso di vittoria turca, reagirà inasprendo ancora di più i suoi tratti identitari, scavando un abisso in cui tutto ciò che è curdo sarà ermeticamente sigillato da tutto ciò che è turco. Viceversa la soluzione del problema curdo non può che creare devastanti problemi: l'unità dei curdi è la fine dell'unità dell'Iraq e pesanti amputazioni territoriali per la Turchia, l'Iran e la Siria. La situazione precipita, agitando i media alla caccia della prima pallottola sparata. Ma in questo caso neppure il cannone più potente può smuovere questi giganteschi problemi.

    ! Gabriele Cazzulini
    cazzulini@ragionpolitica.it